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Applicazione pratica del metodo feuerstein

By Cristina Cattini on 27 febbraio 2011 in ARTICOLI
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CHIARA IN CERCA DI LUCE…
Una applicazione pratica del metodo feuerstein.

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Chiara arriva da me nell’aprile 2006. Frequenta la scuola secondaria di 1° grado e rischia la bocciatura.

I genitori me la portano perché, dicono, ha difficoltà a scuola, non si applica, si disinteressa completamente di molte delle materie e spesso lamenta un malessere che la costringe a rinunciare alle lezioni (che il padre ritiene inventato).

I genitori sono preoccupati per lei, il padre in particolare e pensano al Programma di Arricchimento Strumentale perché lo conoscono abbastanza bene, avendo frequentato diversi corsi di sensibilizzazione. La madre ritiene invece che Chiara stia attraversando la classica crisi adolescenziale e abbia bisogno semplicemente di sostegno e comprensione.

Incontro Chiara per fare una prima chiacchierata. Mi racconta di sentirsi come una pentola a pressione, che accumula emozioni e poi sbotta; si sente impulsiva, tira la roba e strilla da sola, non conosce la pace e la tranquillità. Mi riferisce inoltre che spesso si arrabbia, ma non sa perché e dopo queste sfuriate senza un motivo apparente, sente la necessità di dormire e solo così si riprende. Riferisce inoltre di avere delle alterazioni del ritmo sonno-veglia: presa da molta ansia, soprattutto se il giorno dopo ha verifiche o interrogazioni, si addormenta tardissimo, ha incubi e si sveglia prestissimo senza essere riuscita a riposare a sufficienza.

Attribuivo l’ansia che Chiara mi riferiva alla sua precaria situazione scolastica, che la metteva in difficoltà e alla paura per l’esame ormai imminente.

Mi colpiva però che la ragazza alludesse così spesso alla rabbia, che pareva cieca e sorda e che periodicamente si impossessava di lei senza chiedere il permesso a nessuno, anche perché fin da subito era evidente che non era scatenata dalla scuola.

Decido allora di iniziare a lavorare con lei su due strumenti P.A.S. in particolare.

Organizzazione Punti, per focalizzarci sul controllo dell’impulsività, sulla ricerca di strategie efficaci, sulla pianificazione e sull’avvio di buone prassi cognitive.

Scelgo invece Immagini per offrirle uno spazio destrutturato ma caldo e accogliente in cui lei potesse riflettere a voce alta con me, a partire da stimoli ben precisi e verbalizzare ciò che le si agitava dentro e che interferiva con un buon funzionamento cognitivo.

Da subito infatti è stato evidente che Chiara non aveva nessun problema di tipo cognitivo e nessun deficit che potesse spiegare i cattivi risultati scolastici. Apparentemente era una ragazzina adolescente in crisi, che non sapeva dare il giusto peso alle cose importanti della vita. In realtà io mi ero convinta che da qualche parte nella giornata di Chiara ci dovesse essere qualcosa che interferiva pesantemente, limitandole l’attenzione, la motivazione e assorbendo buona parte delle energie che poteva invece dedicare allo studio e ad altre attività che le dessero soddisfazione.

Non potevo immaginare che cosa bolliva dentro quella piccola pentola a pressione.

Iniziamo il lavoro con il P.A.S., in particolare con Immagini.

Nella copertina si identifica immediatamente con entrambi i personaggi della vignetta: con il signore che viene pitturato “che si arrabbia e cova la rabbia” ma anche un po’ con l’imbianchino “che fa cose senza rendersi conto di ciò che fa”.

Anche iniziando Organizzazione Punti la ragazza si identifica con il bambino che pensa e mi dice “forse il ragazzino non è molto contento di quello che sta pensando, forse si sta distraendo e sta pensando a qualcosa d’altro…”; le chiedo allora se nella descrizione che mi aveva appena fornito c’era qualcosa di suo e Chiara mi risponde che in effetti quel mattino si era tolta il pigiama per prepararsi ad andare a scuola e poi, senza rendersene conto, se l’era rimesso! Oppure che sovente le accadeva di vuotare l’acqua in un bicchiere e non accorgersi che il liquido traboccava dal bordo. Si sentiva molto distratta, insomma.

Nel mio lavoro con il Metodo Feuerstein mi sono resa conto più volte che è possibile comprendere quello che è l’approccio iniziale del bambino verso la scuola e a volte verso il suo piccolo mondo semplicemente facendogli “fare amicizia” con il bambino che pensa, presente in tutte le copertine degli eserciziari P.A.S.; la maggior parte delle volte infatti il bambino proietta i suoi stati d’animo, le emozioni e in particolare i disagi e li fa raccontare dal bambino-copertina. Un bel punto di partenza, semplice ed indolore, perché non presuppone che il piccolo debba scavare dentro di sé per raccontare chissà quale disagio di cui magari ancora non ha una cognizione precisa, ma tutto ciò avviene molto naturalmente. Così è stato anche con Chiara.

Era emerso subito, anche dai bridging (frasi che il ragazzo deve ricavare, insieme al Mediatore, dal lavoro sulla pagina P.A.S. e che costituisce la focalizzazione dell’apprendimento avvenuto quel giorno) molto pertinenti, che la ragazza era certamente molto precisa e organizzata, ma a volte le capitava di perdere il filo del discorso e di fare errori nelle frasi che scriveva. Era come se, ad un certo punto, nella sua mente evaporassero parole e concetti, volatilizzati da chissà quali altre pressioni emotive.

Si trattava certamente di un disturbo dell’attenzione, ma mi dava l’idea che fosse una situazione transitoria, passeggera, dettata da un fuoco che covava sotto la cenere.

Il lavoro continuava e le settimane passavano; Chiara veniva da me volentieri ed era felice di poter avere un suo personale spazio di confronto con un adulto che si prendesse cura di lei.

Le narrazioni che mi giungevano dal padre, al quale la moglie lasciava campo libero, sembravano riguardare però un’altra persona e non Chiara; mi diceva che la figlia era un’irresponsabile, una persona leggera e superficiale e che era ridicola perché si truccava come una prostituta.

In realtà io vedevo una ragazzina normale, con interessi tipici di una adolescente, che cercava di seguire la moda e di essere il più carina possibile. Nonostante riferissi queste mie personali visioni al padre, lui continuava a richiedermi momenti di confronto in momenti inverosimili della giornata (al mattino prestissimo, alla sera tardi) e, imperterrito, rincarava la dose, come che dovesse convincermi che sua figlia era brutta, svogliata e superficiale.

Mi rendevo conto dell’importanza di creare e implementare un sano ambiente modificante, che potesse agevolare Chiara nel manifestarsi per come era veramente e quindi accettavo ogni incontro proposto dal genitore e pensavo che i semini che cercavo di mettere in quel terreno così ostico, prima o poi avrebbero dato i frutti sperati.

Nel frattempo la piccola pentola a pressione continuava a buttare fuori e Chiara mi racconta che a scuola stavano mettendo in scena un famoso musical, ed era felice di ciò. Partecipava alle prove dello spettacolo e mi teneva aggiornata sulle novità. Ad un certo punto ha smesso di parlarmene e si era incupita. Le chiedo allora come stavano andando le prove del musical e lei mi risponde secca che non andava più, che non voleva più andare. Faceva però fatica a raccontare, mi sono così resa conto che sotto doveva nascondersi un altro pezzetto del mosaico che stavo costruendo. Dopo qualche incontro, mi confida che le era stata tolta la parte che aveva  e le era stata rifilata la parte di una “ragazza facile”, che stava con tutti i ragazzi della compagnia! Chiara non aveva sopportato questo cambio e aveva rinunciato al musical.

Per molti anni era stata costretta ad adeguarsi ad un ritratto di lei che però non le si addiceva e queste energie spese per obbligarsi a diventare come il padre la vedeva/voleva ad un certo punto si erano esaurite, danneggiando diversi settori della sua vita, primo fra tutti la scuola. Emergeva nel lavoro con me un grosso senso di colpa della ragazza perché non riusciva ad adeguarsi completamente alle aspettative altrui, aspettative oltretutto in buona parte negative, lesive della sua dignità.

L’ansia aumentava, di notte non riusciva a dormire perché doveva andare continuamente in bagno e alla mattina si ritrovava a dover cominciare un’altra giornata che non era mai spensierata, felice. I voti rimanevano scarsi, non c’erano molto miglioramenti dal punto di vista scolastico.

Parallelamente al lavoro P.A.S. emergevano tante cose. Ad esempio, un pomeriggio stavamo lavorando su una pagina di O.P. che richiedeva la gestione di molte fonti di informazione e Chiara fece un bridging che mi ha profondamente stupita. Mi disse che lei non faceva mai la doccia lavandosi anche i capelli, perché non riusciva a fare due cose contemporaneamente! Le schede portarono alla luce inoltre che la ragazza viveva imbrigliata da una serie di regole soffocanti dettate dal padre, che andavano a toccare buona parte degli aspetti in cui lei avrebbe in realtà dovuto già essere indipendente e autonoma e che perciò si sentiva repressa e senza una libertà autentica di scegliere e di mettersi quindi alla prova. Questo aveva generato una assenza pressoché assoluta di motivazione intrinseca, che la portava a faticare ad assumersi le sue responsabilità; era sempre colpa di qualcun altro, mai sua! Non riusciva a considerare gli effetti delle sue azioni, soprattutto quando sbagliava e doveva attivare strategie risolutive. Era per lei inoltre impossibile aderire completamente ad una scelta, perché fino ad allora altri avevano scelto per lei, schiacciando i desideri che tentava flebilmente di esprimere in nome del “si fa così perché è giusto così! Ora sei una bambina, ma presto capirai”.

Nel frattempo arriva l’esame. Chiara lo affronta e lo supera con l’aiuto dei suoi insegnanti. Sospendiamo quindi le applicazioni per l’estate e ci diamo appuntamento a settembre, dopo l’ingresso nel mondo delle superiori (la ragazza aveva scelto un liceo classico).

Chiara torna dopo l’estate profondamente ferita e umiliata, dopo che negli ultimi mesi era successo di tutto.

Aveva fatto diverse vacanze anche con coetanei, che regolarmente l’avevano esclusa e la coinvolgevano solamente per relegarla nella sua parte di ragazza facile e sciocca (Chiara in realtà non aveva mai avuto un ragazzo!), complice il padre.

Come sempre, le sue vacanze familiari erano state all’insegna della separazione perché alla madre piaceva il mare e quindi con lei andava lì, mentre al padre la montagna e così via con lui verso le vette italiane! Da anni la famiglia si scindeva in base alle preferenze dei genitori e non faceva più vacanze insieme, quindi Chiara era abituata a questa bi-polarità che non si conciliava mai e viveva a compartimenti stagni le esperienze, senza mai riuscire a dare unità alla sua frammentata vita.

Quell’estate però erano emersi problemi anche più gravi, perché le incomprensioni che il padre e la madre da tanti anni si trascinavano erano sfociate in tensioni particolarmente pesanti che avevano contribuito ad aggravare la già precaria situazione della ragazza. Inoltre l’ingresso nel nuovo istituto superiore era stato vissuto da Chiara come un entrare in un mondo sconosciuto senza avere il libretto delle istruzioni!

Percepivo che stavamo arrivando alla fonte delle interferenze cognitive che Chiara subiva e, in un vorticoso crescendo, stavano prendendo forma e nome i problemi che le impedivano di essere serena e di crescere armonicamente.

La mia attenzione si sposta all’interno della famiglia, perché ritenevo che proprio lì fosse l’origine delle insicurezze e delle ferite che la ragazza si portava dentro.

Certamente le buone prassi cognitive che il P.A.S. aveva avviato le hanno permesso di trovare in sé la forza per lasciar venire alla luce alcune cose dolorose.

Ecco allora che è emerso che il padre quotidianamente diceva a Chiara che non aveva più fiducia in lei, che non credeva in nulla di ciò che la figlia faceva e che certamente tutto sarebbe andato a rotoli nella sua vita. La ragazza viveva con terrore la scuola e i risultati che otteneva, perché il padre solo su quello la valutava e la puniva continuamente, impedendole di vedere le amiche e di svagarsi! Non era mai abbastanza brava e adeguata, ma sempre rimandata nel cuore del padre! I risultati che otteneva erano sempre insufficienti per il padre, che la denigrava e le faceva continuamente notare i risultati scadenti!

Chiara era bloccata, sentiva di non riuscire mai ad avvicinarsi nemmeno lontanamente all’idea di figlia perfetta che il padre aveva e la sua fiducia in se stessa era ridotta in mille pezzi. Tentava di guardarsi in uno specchio per intuire il suo vero volto, ma chi avrebbe dovuto aiutarla, incoraggiarla a fare unità, in realtà distruggeva quotidianamente quel volto, obbligando la figlia ad adeguarsi ad una grottesca caricatura di se stessa. La scuola in quella famiglia era la vita e Chiara non sapeva vivere!

Quando mi sono resa conto che il padre di Chiara era probabilmente una persona con un grosso disagio mai emerso, mi sono concentrata sul tentativo di comprendere se la ragazza era in grado di affrontare l’idea che le sue difficoltà potessero in realtà avere radice in famiglia.

Il coperchio della piccola pentola a pressione era sempre più in bilico.

La consapevolezza di Chiara aumentava parallelamente con il lavoro cognitivo-emotivo che stavamo affrontando. La ragazza era ormai in grado di etichettare i problemi e attivare strategie per risolverli e aveva fatto un notevole passo in avanti: da impermeabile che era a qualunque informazione e nozione passata da un adulto, aveva iniziato ad imparare cose, se riteneva credibili le persone che gliele stavano insegnando!

Mi ero allora accorta che aveva finalmente acquisito punti di riferimento. Che gli adulti non erano tutti cattivi e non tutti volevano imbrigliarla in un’immagine di sé che non riconosceva, ma che alcuni avevano a cuore che lei scoprisse il suo vero volto e fosse felice! Finalmente lo sapeva! Si era innescato un processo positivo di ricerca di sé, di uso della propria mente e del cuore per crescere, non solamente per sopravvivere.

Ne ero molto felice! Mi piaceva quella ragazzina libera e finalmente misericordiosa con se stessa! Aveva accettato la sfida del crescere e in questa acquisizione di motivazione intrinseca qualcuno le forniva il permesso per divenire pienamente se stessa!

Come mi aspettavo, in questa librazione sarebbero emersi anche i lacci che l’avevano tenuta imbrigliata fino a quel momento. Legacci che intuivo, ma che erano più pesanti di quello che mi aspettavo.

Chiara aveva iniziato a sfogare quella rabbia sorda e cieca che sembrava senza motivo e il destinatario di questa emozione impetuosa era il padre, solo il padre! “Distrugge i miei sogni così, senza sostenermi mai! Io sono obbligata a fare delle cose per soddisfare il papà…”, mi disse un giorno.

Laura mi ha raccontato che il padre la picchiava, che lei era costretta ad essere perfetta perché altrimenti l’ira dell’uomo la avrebbe travolta. Per il padre non esistevano le emozioni belle, non l’aveva mai abbracciata, mai trattata con tenerezza, mai fatto un regalino inaspettato o portata a fare una gita domenicale… L’unico terreno su cui poteva avere un confronto con lui era la scuola; se andava bene, allora si sentiva adeguata, altrimenti erano guai.

E’ emerso col tempo che il padre aveva problemi irrisolti fin dalla giovinezza e che non sapeva controllarsi.

Chiara ha trovato una sua personale soluzione alle violenze verbali e fisiche che il padre le riservava: se ne voleva andare di casa, nonostante la giovanissima età. La madre nel frattempo aveva deciso di lasciare il marito, che si era irrigidito ed era diventato ancora più violento con entrambe.

Emerso il discorso delle violenze fisiche subite dalla ragazza e non solo, ho ritenuto necessario l’intervento di uno specialista, attivando con il consenso della madre di Chiara uno psichiatra che la supportasse anche da un punto di vista farmacologico, in quanto erano sopraggiunti attacchi di panico dovuti alle reazioni spropositate del padre e alla consapevolezza di esse.

Oggi Chiara va bene a scuola, ma la sua storia non è ancora a lieto fine. Ha fatto tanti passi in avanti… Ha ricominciato ad avere fiducia negli adulti, ha scoperto che ci sono persone che la possono “nutrire” e far crescere gratuitamente, senza che lei lo debba comprare (crescere è infatti un inalienabile diritto dell’essere umano, che si può ottenere solo con la propria libertà di scelta, con il rispetto della propria personalità); ha imparato a dare un nome a ciò che vive, ai suoi problemi, perché solo se sai cosa ti sta succedendo puoi trovare una soluzione. Sa che la rabbia è una emozione amica, un campanello di allarme che ci avvisa che qualcosa ci sta facendo del male.

Chiara sta ancora cercando la soluzione al suo problema più grande: questo padre a cui vuole tanto bene, ma che non sa restituire amore. Che non sa pre-occuparsi per lei, ma sa solo rincorrere una immagine perfetta di sé! Che ha provato ad annientare in lei ciò che rifiutava di se stesso, col rischio di ucciderla dentro.

Lei però ha saputo alzare la testa, non ha creduto alla falsa immagine che per anni ha tentato di attribuirle, ha lottato per la sua libertà. Libertà di essere se stessa, di imparare, di amare incondizionatamente, di scegliere, di ridere, di sbagliare, di prendere le distanze da chi non sapeva amarla.

Il padre di Chiara non ha voluto ammettere nulla di ciò che gli è stato addebitato, inasprendosi ancora di più verso la moglie e la figlia, che percepisce come traditrici. La sua personalità ferita e malata lo sta portando sempre più alla deriva, mi auguro senza gravi conseguenze per questa piccola donna che sta provando con tutta se stessa a trovare la meritata felicità. Con o senza di lui.