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Dialogo aperto tra professionisti e studenti. Cristina Cattini: Educare alla vita

By Cristina Cattini on 26 febbraio 2010 in PEDAGOGIA
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Dialogo aperto tra professionisti e studenti. Cristina Cattini: “Educare alla vita”

l’equilibrio sottile tra “trasformazione” ed “adattamento”

Eccoci dunque, dopo lo stacco rappresentato dall’intervista alla prof.ssa Monica Mainikka Mainardi ed alla sua interessante iniziativa culturale, alla seconda professionista che avevo in mente di intervistare già la primavera scorsa. Si tratta della pedagogista dott.ssa Cristina Cattini: con lei mi sono fatta una lunga ed amichevole chiacchierata telefonica, scoprendo tra l’altro una grande comunanza di intenti e di interventi, oltre al piacevole dettaglio di poter parlare ad una persona che, aiutando i bambini degli altri, è mamma lei stessa. L’essere genitori, infatti, il più delle volte aiuta il pedagogista a non essere solo teorico e a conoscere i propri limiti umani attraverso la sfida e le problematiche che ogni bambino, in un modo o nell’altro, ci porta ad affrontare nella quotidianità; l’affermazione non vale come regola generale, ovviamente; ma l’esperienza personale offre sempre l’opportunità di conoscere più a fondo se stessi, se concepiamo il nostro lavoro non solo come scoperta dell’altro, ma come, parallelamente, nostra occasione di crescita.

D-Allora, Cristina, noi ci siamo conosciute in occasione del dibattito sulla figura professionale del pedagogista. Ci vuoi innanzi tutto raccontare qualcosa di come sei arrivata a scegliere questo tipo di formazione?

R- Al termine delle scuole superiori non avevo ancora ben chiaro che cosa avrei fatto “da grande”, sapevo solo che volevo lavorare con e per le persone, soprattutto le più fragili. Mi sono iscritta all’Università seguendo il mio cuore, senza avere la certezza che fosse il posto giusto per me, ma a quel tempo andava bene così. A volte le scelte di cuore sono le più giuste! Quindi, come si legge anche nel mio sito (http://www.cristinacattini.it ) mi sono laureata in Scienze dell’Educazione all’Università di Bologna con una tesi sperimentale in Psicologia dello Sviluppo e ho collaborato per diversi anni a progetti di ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’ateneo bolognese con la prof.ssa Farneti ed il prof. Battistelli, studiando in particolare la teoria della mente infantile e la metacognizione, contribuendo alla pubblicazione di diversi articoli. Durante il mio corso di studi, ho fatto esperienza di tirocinante (400 ore, quindi un tempo consistente) presso un Centro di accoglienza per mamme in difficoltà e un Centro d’Ascolto, entrambi afferenti alla Caritas della Diocesi di Modena-Nonantola. L’esperienza sul campo è stata fondamentale per me. All’università imparavo tanta teoria, ma è stato nel contatto diretto con le problematiche e le difficoltà delle persone che ho avuto davvero la possibilità di sentire fin dove la teoria arrivava e dove, invece, c’era davvero bisogno che l’operatore imparasse a dare autentica “presenza” sia nell’ascolto che nella proposta di ricerca di soluzioni “creative”. In questo senso, io sono stata fortunata. Ho avuto molti buoni maestri; tra i miei docenti c’era, per esempio, il Prof. Piero Bertolini, un luminare in questo campo di studi, un modello, per me… Lui lavorava con i ragazzi delle carceri minorili in collaborazione, tra gli altri, con don Gino Rigoldi. Entrambi davano molta importanza, nella formazione dei pedagogisti e degli educatori, all’esperienza sul campo…

 

D-Oltre all’Università di Bologna, hai completato il tuo iter formativo con altri corsi…

R-Sì, e di orientamento vario. La mia formazione comprende infatti anche studi biblico-teologici effettuati presso l’Istituto di Scienze Religiose della Diocesi di Modena-Nonantola e la frequentazione di seminari proposti dal’ISCRA, Istituto Modenese di Psicoterapia Sistemica e Relazionale. Ero interessata ad approfondire l’aspetto della consapevole conquista, per l’uomo, della sua umanità intesa in un senso che non tralasciasse anche quella importantissima della spiritualità, cosa che ho potuto fare attraverso uno studio più attento delle scienze dello spirito accanto a quello delle scienze oggettive.

 

D-Oggi sei anche specialista e formatrice di un medodo particolare…

R-Appena terminata l’Università ricevevo molte proposte da parte delle Cooperative Sociali di lavorare nell’ambito dell’handicap, delle esigenze speciali. Risentivo però purtroppo della visione ancora abbastanza drammatica che chi  non è addentro a certe dinamiche ha di queste bellissime persone. Ero così abbastanza in ansia all’idea di lavorare in ambiti dove ciò che veniva richiesto spesso era semplicemente la custodia, la rassegnazione che “tanto questi soggetti sono così, di più non possono dare e bisogna adattarsi…”. Non potevo concepire il mio lavoro come un semplice custodialismo, come una compiacenza rispetto alle difficoltà e ai limiti dell’altro. Feci comunque  qualche anno all’interno di una Cooperativa, lavorando soprattutto come educatrice di ragazzi con sostegno all’interno delle scuole. Poi incontrai, o meglio riconobbi, il Metodo Feurstein.

Il Prof. Reuven Feuerstein è uno psicologo israeliano di origine rumena tuttora vivente e attivo, pur avendo compiuto da poco 90 anni. Dopo la guerra, durante la quale ha subito lui stesso la deportazione, scelse di lavorare con i bimbi sopravvissuti ai lager che stavano per essere avviati alle scuole speciali a causa della devastazione interiore subita che li portava spesso a non parlare più e a sembrare in una condizione di totale ineducabilità. Feuerstein precorse allora le moderne teorie delle neuroscienze, affermando per primo che non era possibile che il potenziale cognitivo presente fosse andato perduto e che il cervello, con le giuste sollecitazioni, avrebbe potuto ricrearsi, curarsi e tornare a funzionare in maniera adeguata. Attraverso il suo lavoro, egli affinò tutta una serie di tecniche e strategie che miravano al recupero psicopedagogico della persona, della sua umanità, puntando direttamente sulla riscoperta e riattivazione delle sue potenzialità cognitive ed emotive. Il suo lavoro e le sue teorizzazioni hanno avuto recentemente addirittura la candidatura  al premio Nobel per la Pace. Un uomo che sa educare e credere sempre nel potenziale positivo delle persone, infatti, altro che non che un grandissimo uomo di pace, che genera pace. In Italia, nel 1999 Feuerstein ha ricevuto la laurea honoris causa presso l’Università di Torino per la rilevanza scientifica ed il significato sociale dei suoi interventi educativi in favore dei soggetti deboli, marginali e in difficoltà di apprendimento. Affascinata da questa metodologia, ne ho seguito i corsi di formazione e ho cominciato ad operare con le scuole del mio territorio e in libera professione, seguendo sia bambini diversamente abili che bambini normodotati con diverse problematiche.

 

D-Su questo metodo nel tuo sito è presente un’intervista del 2010: credo sia utile rimandare il lettore al suo link (http://www.cristinacattini.it/intervista-radio-delle-idee)...

R-Sì, penso di essere stata lì abbastanza esaustiva. Comunque, per ulteriori informazioni, si può visitare, oltre al mio, anche il sito stesso di Reuven Feuerstein (www.icelp.org) e quello  dell’Associazione “Una chiave per la mente” (www.unachiaveperlamente.eu), che ha sede a Trieste. L’approccio è diventato un punto di riferimento a livello mondiale per il recupero di difficoltà cognitivo/relazionali e per il potenziamento delle abilità di base anche in chi non presenta problemi. Il Metodo è chiamato Programma di Arricchimento Strumentale (P.A.S.) e ha come obiettivo quello di accrescere la modificabilità per orientare le persone verso una maggiore efficienza ed una maggiore capacità di adeguamento del proprio comportamento alle diverse situazioni che la vita propone. Il concetto di “modificabilità” cognitivo-strutturale degli esseri viventi è un presupposto fondamentale nella visione del mondo e dell’uomo di Feuerstein, una visione globale e dinamica che vede l’individuo come di un insieme composto di parti che devono poter lavorare in modo organicamente funzionale per l’adattamento del soggetto all’ambiente in cui è inserito. Lo scopo del P.A.S. è quindi quello di correggere o potenziare le funzioni cognitive che sono alla base del pensiero attraverso una serie di attività. I suoi ambiti di applicazione sono i più diversi (scuola, lavoro su se stessi in caso di desiderio di potenziare il proprio patrimonio cognitivo, nel mondo aziendale e nell’aiuto a bambini e ragazzi in grave difficoltà). Lo specialista del Metodo Feuerstein concepisce se stesso come un mediatore che si interpone con intenzionalità fra la persona e gli esercizi, senza tuttavia sostituirsi a nessuno, ma accompagnando il soggetto (nel senso “attivo” del termine) nel suo processo di cambiamento: egli assume, in sintesi, il ruolo di filtro fra chi apprende e la realtà esterna e accompagna il soggetto nelle diverse fasi dell’atto mentale con lo scopo di attivare tutto ciò che è necessario perché l’altro acquisti gradualmente la capacità di affrontare in autonomia la vita. La pedagogia sostenuta da Feuerstein può dirsi, quindi, una Pedagogia della Mediazione.

 

D-Dunque, oggi come ti definisci e cosa fai esattamente?

R-Sono una pedagogista che lavora soprattutto in libera professione, oltre ad essere  applicatrice, valutatrice e formatrice del Metodo Feuerstein (Programma di Arricchimento Strumentale Classico e Basic) con minori, adulti, anziani diversamente abili e normodotati; offro consulenze educative a scuole, con applicazione del Metodo Feuerstein per prevenzione e sostegno alla didattica; corsi di formazione al Metodo Feuerstein per genitori, docenti, professionisti dell’educazione e della riabilitazione; organizzo la conduzione e la supervisione di gruppi di genitori di bambini con esigenze speciali e normodotati; collaboro con associazioni di genitori. Dal 2009 sono responsabile dell’Associazione Feuerstein per la zona centro-nord Italia, avendo precedentemente ricevuto premi e riconoscimenti sia dalla mia regione, l’Emilia Romagna, che dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. Partecipo a convegni e ho scritto diversi articoli sia su tematiche Feuerstein che su temi vari (nel mio sito www.cristinacattini.it potrete trovare la bibliografia completa e numerosi articoli su tematiche psicoeducative, oltre a molto materiale tratto dagli incontri che tengo).

Per citarne alcuni:

“La scelta di non scegliere. Il rapporto di coppia e il matrimonio al centro di una indagine condotta tra giovani modenesi” Nostro Tempo; AA.VV. (2008)

“La mediazione nei processi di apprendimento. Il Metodo Feuerstein nel mondo” Antologia multimediale in ambiente Hyperfilm, ed. Otto;

“Adozione e integrazione: una possibile condivisione di significati” Giornata di Studio associazione “Una chiave per la mente” presso 29° Workshop Internazionale ICELP.

La certezza di poter migliorare: l’esperienza di un Gruppo Genitori Mediatori. VI° Congresso Nazionale SIRM, sez. Self-Empowerment, Modena 11-13 dicembre 2008

La mediazione nei processi di apprendimento. Il Metodo Feuerstein nel mondo (testo), ed. Otto

 

D-Interessante, per il dibattito attuale sulla professione dell’educatore pedagogista (mia personale definizione, per distinguere il nostro tipo di intervento da quello dell’educatore sanitario, fino a che le due lauree esisteranno distinte e la nostra continuerà ad essere penalizzata), il problema del definirsi “libera professionista” in un’attività che non prevede l’iscrizione ad un albo…

R- Fare il libero professionista è una scelta ardita e coraggiosa, soprattutto per la normativa fiscale vigente che penalizza pesantemente chi lavora con partita IVA. Tuttavia non ci sono altre soluzioni per un professionista non assunto da Enti o Cooperative che voglia lavorare con trasparenza e in regola. Purtroppo però la partita iva ha costi di gestione altissimi (spese del commercialista, acconti di Iva e gestione separata INPS, tasse poco eque che gravano) che si sommano alle spese ordinarie (ad esempio affitto dello studio in cui si opera, bollette varie, spostamenti in auto) e a quelle meno ordinarie (come una pensione integrativa che ci sollevi un po’ dal rischio grossissimo di non riceverla proprio, nonostante i contributi che si pagano all’INPS siano spropositati; o una assicurazione da responsabilità civile e penale, in quanto se dovesse accadere qualcosa alla persona con cui stiamo lavorando, la responsabilità è solo nostra…). Insomma, ci sono tanti fattori da considerare, per chi si affaccia sul mondo del lavoro e pensa di aprire una partita iva. Non ultimo, le tariffe… Io mi sono sempre fatta molti scrupoli, a fronte anche di colleghi che chiedono il doppio di ciò che percepisco io. Ho sempre pensato però che, in un mestiere che ha alla base l’aiuto, spesso in situazioni difficili in tutti i sensi, non si può gravare con richieste di tariffe troppo esose, perchè la professionalità di un pedagogista si misura anche in base alla sua eticità, al sapersi mettere nei panni di persone comuni, con stipendi a volte bassi, che hanno bisogno di curare e riabilitare i loro figli… Purtroppo lo stesso discorso non lo fa lo Stato, che da troppo tempo ormai prende ai poveri per dare ai ricchi! C’è poca tutela quindi per chi non ha grossi fatturati, per chi prova a chiedere il giusto riconoscimento al proprio impegno, alla propria professionalità e alla passione che mette quotidianamente nel seguire persone speciali in tutti i sensi.

Cristina Rocchetto (educatrice pedagogista, consulente ed orientatrice) de.it.press

Fonte: www.webgiornale.de